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  • Racconto n°4 La Casa di Mezzo Concorso di Narrativa Dicembre/Gennaio
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    LA CASA DI MEZZO


    La strada non era asfaltata ma bianca di una terra arsa di sole. Quando ci passava una macchina la polvere si sollevava e rimaneva nell’aria per parecchi minuti prima di ricadere al suolo.
    Però il panorama d'attorno era stupendo: un miscuglio di verdi e di gialli sui chiaroscuri delle colline, il profumo forte delle vigne, lo snervarsi delle foglie di granone cotte dal sole e l'eco prolungato di mille suoni che ti accompagnano e poi ti rincorrono.
    San Rocco era ed è una frazione del comune di Alba, in provincia di Cuneo. Una frazione, non un paese, con una piazza stretta e lunga, adatta al gioco della pallapugno, dove a destra si allungavano, una attaccata all'altra, tre case come tre vagoni ferroviari a due piani. A sinistra il capannone della falegnameria Buratto, protetto da una lunga recinzione in mattoni e una rete metallica rotta in più punti e arrugginita.
    Su, in alto, sopra le linee orizzontali delle vigne, si scorgeva il tetto della scuola elementare e il campanile della chiesa. Al limite della piazza, grigio e abbandonato, il silo di un vecchio granaio che si diceva fosse appartenuto ai conti di Trezzo.
    Da lì la strada cominciava a salire e a inerpicarsi tra le colline verdi di nocciole, piantagioni di pesche, vigne e campi di granone.
    Una delle tre case, quella di mezzo, era proprietà di un mio zio di secondo grado. Un uomo alto, magro, con la pelle del viso raggrinzita, scura di sole e di fatica. La zia era di stazza robusta e ci vedeva poco a causa di una presbiopia avanzata. Nell’estate del ’56 ci passai una vacanza.
    Ricordo una scala ripida e buia, un ballatoio stretto e lungo a pochi metri dalle acque sulfuree di un fiumiciattolo quasi in secca. Al fondo del ballatoio il cesso e, poco prima, l’ingresso dell’appartamento degli zii: una cucina con la stufa, un lavandino, una credenza, un tavolo con le sedie spaiate e un divano con la fodera rossa scucita e macchiata. L’altra stanza era la camera da letto.
    A me toccava uno stanzino a metà del ballatoio, dove lo zio aveva sistemato una branda e una sedia come comodino. Ci tenevano le mele, le nocciole, le mandorle e le pannocchie di granoturco appese con le foglie a una parete.
    Dall’altro lato del ballatoio c'era un fienile che si apriva sulla piazza. Ammucchiate una sull'altra, le balle di paglia occupavano gran parte dello stanzone, poi le gabbie dei conigli e una grande varietà di attrezzi mai visti e di cui non avrei mai conosciuto l'uso.
    Al di là del fienile e protetto da una grata in ferro di un colore più o meno simile a un verde bottiglia, ancora un appartamento. Ci abitavano i Beltramin, una famiglia composta dal gestore della trattoria San Rocco, sua moglie e le due figlie di 5 e 14 anni: Sara e Rosalba.
    Proprio all’inizio della piazza, nello scantinato della prima casa, lo zio svolgeva la sua attività di vignaiolo. Il suo dolcetto era rinomato, tanto che il sabato e la domenica mattina, le macchine che arrivavano dalle città e dai paesi vicini per acquistarlo, dovevano parcheggiare all’ombra delle gaggie e occupavano metà della strada.
    Io trascorrevo gran parte del giorno con lui fino a che l’odore di vino che esalava dalle botti mi dava alla testa e mi costringeva ad uscire all’aperto per respirare e rimettermi dall’intontimento.
    Spesso mi lasciavo trasportare dalla fantasia, allora correvo, oltrepassavo il silo, abbandonavo la strada e mi nascondevo dietro il fasciame dei noccioli o tra i filari delle vigne. Cercavo mete nuove, immagini colorate dal sogno di avventure sempre più lontane e mi lasciavo avvolgere dai profumi e dai colori mai uguali di una terra ricca e fascinosa. Inventavo agguati, duelli, recitavo la parte di un pilota, un indiano a cavallo, uno sceriffo con la pistola. A volte mi accorgevo di essermi allontanato troppo e tornavo di corsa e a rotta di collo per paura di fare tardi.
    La sera, subito dopo cena e da quando c’ero io, Sara e Rosalba venivano a trovare la zia. Lo zio scendeva in piazza a fumarsi un sigaro con gli amici. Loro si sedevano sul divano, Rosalba prendeva una delle riviste che la zia teneva in una cesta di vimini e cominciava a sfogliarla e a guardare le figure. Sara si sedeva sulle sue gambe, adocchiava le pagine della rivista, guardava me, poi giocava con i capelli della sorella attorcigliandoseli tra le dita.
    Quella sera si comportarono allo stesso modo.
    Io le osservavo, sorridevo, ma non sapevo cosa fare né cosa dire. Rosalba era carina, anzi, di più. Castana, magra e curiosa. Sfogliava le pagine della rivista senza interesse. Sembrava studiarmi.
    «Che scuola fai?»
    «Quest’anno farò la prima da perito chimico.»
    «È difficile?»
    «Non lo so. Credo di si, per via delle materie: matematica, scienze, chimica. E tu?»
    «Io… io ho finito. Avrei dovuto andare ad Alba, dalle suore. Ho pianto due giorni e due notti. Aiuterò papà in trattoria.»
    La zia aveva finito di ordinare la cucina, si era portata una sedia sul ballatoio e se ne stava seduta a godersi la frescura della sera.
    Sara si era stufata di giocare con i capelli. La sua mano si era appoggiata al seno della sorella. Le unghie erano macchiate di rosso, lo smalto si era quasi staccato del tutto. Mi guardava con occhi assonnati. A un tratto girò il viso in su, guardò la sorella che abbassò la testa e la baciò. Prima sulla punta del naso poi sulla bocca.
    Quello che mi sorprese e mi turbò fu il modo con cui si baciarono: un bacio pieno, d’amore, con la lingua. Scosso e imbarazzato, volsi lo sguardo da un'altra parte ma le sorelle continuarono a baciarsi, a succhiarsi la lingua, a mugulare, come se stessero interpretando qualcosa di già visto, qualcosa che aveva a che fare con la parodia di un film, di una foto vista su una pagina di un fotoromanzo o qualcosa da imitare, come la visione furtiva di un abbraccio o di un bacio appassionato. Forse solo un gioco, un gioco tra bambine, probabilmente ripetuto chissà quante volte, senza paura e senza pudore. O forse un gesto mirato, una sfida al mio guardare. Ero frastornato, curioso ed eccitato.
    Il bacio durò ancora un po', poi Rosalba mi guardò, sorrise, scostò la sorella e si alzò.
    «Noi andiamo a letto.»


    Due giorni dopo, nell’afa di un pomeriggio soleggiato, trovai Rosalba da sola nel fienile. Leggeva un fotoromanzo. Mi salutò con un gesto della mano senza alzare la testa.
    Io entrai e mi avvicinai.
    Era seduta su una vecchia sedia con il piano di paglia sfondato. Era scalza e i piedi poggiavano su di un listello che sembrava cedere da un momento all’altro.
    Indossava un vestito leggero a maniche corte, con piccoli fiori rosa un po’ sbiaditi. Era macchiato in più punti e scucito sotto l’ascella sinistra.
    Gironzolai attorno alle gabbie dei conigli senza troppa convinzione. Ogni tanto la guardavo e sembrava che lei percepisse il mio sguardo perché smetteva di leggere e subito i suoi occhi si fissavano nei miei e rimanevano quasi imprigionati. Io abbassavo la testa, arrossivo. Lei, paga di una sorta di vittoria, abbozzava un sorriso e tornava a concentrarsi nella lettura.
    Era bella, bella come la corsa di una lepre tra i filari di granoturco, selvatica e fiera. E indovinavo il suo corpo in quel correre armonioso: le gambe magre, la schiena curva, le braccia a comporre svolazzi nell'aria.
    Sentii che buttava la rivista sopra dei sacchi di juta ammucchiati.
    «Mi fai ballare?»
    Ricordo che il cuore ebbe un battito in più. Mi sentii a disagio.
    «Non… non sono capace. E poi non c’è la musica.»
    Sorrise e gli occhi mandarono riflessi di cristallo.
    «La musica la facciamo noi. Quella che vogliamo. Dammi la mano, ti porto io.»
    Si alzò, si avvicinò, mi prese la mano e cominciò a modulare le note di Accarezzame. Mi guidava stringendomi le dita, mi faceva girare, si faceva più vicina. Avevo paura di calpestarla e mi muovevo con una certa titubanza. Sentivo il suo profumo, qualcosa di dolce che si era spruzzata addosso e che si confondeva con l’odore della pelle, della stoffa del vestito e dei capelli.
    Poi mi si fece contro. Mi passò una mano sulla spalla e l’altra, stretta alla mia, se la portò al seno. Mi strinse forte e si appoggiò con la testa al mio petto.
    Il cuore mi batteva troppo in fretta.
    Ora i passi si erano fatti più corti, più lenti. Non era certo il ballo quello che stavamo facendo. Era solo un abbraccio, ma era la prima volta che sentivo il corpo di una ragazza così stretto a me. Mi premeva. Non c'era più bisogno della musica. Lei continuava a stringermi la mano, a starmi addosso. Aveva anche smesso di canticchiare. Sentivo il suo respiro e il folle desiderio di sfiorarle la pelle con le labbra, di baciarla. Tenevo gli occhi chiusi, assaporavo le sensazioni e le emozioni che quel contatto sensuale mi trasmetteva. Una manciata di attimi come pezzi di stelle che avrei voluto fermare, lo scandire del tempo, il tempo distorto di una lancetta impazzita. E lo strofinio delle gambe tra le sue mi procurava strane sensazioni: imbarazzava, mi eccitava e mi piaceva.
    Per un momento il fienile, le balle di paglia, i conigli e le mille cose accantonate, assunsero la forma di una grande terrazza sul mare. E il suono di un’orchestra mi arrivava nelle orecchie da lontano, quasi da un’altra dimensione. L’emozione era tanta, forte, la stessa che si prova con uno di quei sogni che vorresti continuassero anche il giorno dopo e poi la notte seguente e ancora, ancora, all’infinito.
    Invece e all’improvviso, lei si fermò. Mi lasciò la mano, mi baciò sulla guancia, poi sulla bocca. Si staccò.
    «Domani andiamo dai nonni a Canelli. Io e Sara ci fermiamo lì una quindicina di giorni. Mi è piaciuto ballare con te.»
    Rimasi muto a guardarla, poi mi uscì un filo di voce.
    «Sì, è piaciuto anche a me.»


    Ho pensato un sacco di volte a quel bacio e a quel ballo. In entrambi i momenti confesso di aver provato una fortissima eccitazione, una di quelle emozioni che credi si possano dimenticare nel giro di qualche giorno, forse qualche mese o addirittura un'altra estate. Invece no, sono momenti che la mente non perde per strada, li conserva gelosamente in un cassetto foderato di stelle, il cassetto delle cose vissute, quelle più belle che ti parlano dentro, ti scaldano il cuore, ti accompagnano negli anni incessantemente e continuano a farsi sentire ogni volta che la mente, rincorrendo i ricordi, ne ricerca i colori e le sensazioni.
    Non ho più avuto occasione di rivedere Rosalba. Qualche anno fa ho saputo da un mio cugino che la trattoria San Rocco era stata ceduta e i Beltramin si erano trasferiti a Genova. Io, a tutt’oggi, non ho ancora imparato a ballare.
    4 anni fa
  • FraCin Member
    Un racconto articolato con maestria e con lo stile, che piace molto a me, del mostrare. La frazione, il circondario, la casa e i personaggi lì ho visti, come in un film. Però, la storia, credo per mancanza di una mia empatia, non ha raggiunto i filamenti dell'incanto e non mi ha coinvolto abbastanza. Lo scritto è, comunque, pregevole, soprattutto per la scenografia che correda il brano.

    Edited by FraInVena - 3/1/2019, 22:04
    4 anni fa
  • oissel@ Utente cancellato
    Non ho parole! Ricostruzione perfetta di un milieu sociale degli anni cinquanta.
    Istantanee che scorrono nitide.
    Dialoghi essenziali e un'innocenza messa alla prova dai primi impulsi giovanili.
    Scritto divinamente, il brano si fa applaudire a scena aperta e con convinzione.
    Oissela.
    4 anni fa
  • al44to Fan
    Ne sono rimasto affascinato! L'ho letto tutto di un fiato e come dice oisell@ è da applausi!
    Le immagini si stampano nette davanti ai tuoi occhi, sia quelle della descrizione degli ambienti sia quelle delle emozioni di chi narra!
    Stupendo!
    4 anni fa
  • gemma vitali Fan
    Scritto con maestria sembra una pagina di un romanzo. L' autore abile nelle discrizioni ambientali e nelle caratteristiche psicologiche dei personaggi ci porta con sé a vivere quelle sensazioni di un tempo passato, le emozioni per la scoperta, in maniera molto spontanea, quasi ingenua, dei primi approcci fisici tra un ragazzo e una ragazza. Complimenti.
    4 anni fa
  • scribak41 Fan
    Forse le emozioni di questo ragazzo non sono facili da cogliere ma ci sono tutte, cavolo se ci sono. E anche ben descritte, con l'eleganza di una scrittura che sa coinvolgere e trasmettere al lettore le sensazioni che negli anni '50 un ragazzo di 14/15 anni, non solo non poteva immaginare ma, addirittura, sognare di trovarsi nelle circostanze del caso. Sono gli anni in cui, camminando per strada, se ti accorgevi che una donna stava per mettersi alla guida della sua “cinquecento” o “seicento” con le portiere a vento, rallentavi il passo per dare una sbirciata al “panorama”. Si rimaneva stupiti anche solo per un'occhiata tra le gambe accavallate per scorgere un reggicalze più audace. Cose di questo genere, oggi ridicole anche solo a pensarle, eccitavano la mente e gli occhi degli uomini. Figuriamoci i ragazzi di 14/15 anni. Una bella lettura che si lascia dietro una traccia di malinconica nostalgia per i tempi in cui tutto era più naturale e genuino. Anche l'eccitazione.


    Edited by scribak41 - 8/5/2022, 08:20
    4 anni fa
  • Longobardo 540 Fan
    Sono d'accordo con Scribak41 trovo il racconto molto emozionante, anche perche' come tutti noi scrittori siamo ghiotti di questi ricordi a volte boccacceschi che abbiamo vissuti, o ascoltati nelle nostre confidenze con le altrue donzelle amorose. Anche a me, come cita miss Vena e' piaciuta la descrizzione della frazione, il circondario, la casa e i personaggi visti come in un film.
    E come dice Oissela
    Scritto divinamente, il brano si fa applaudire a scena aperta e con convinzione.
    Che aggiungere:" A cotanta bellezza, pianto il coltellaccio sul ponte, mi inchino, a frivola riverenza all'autore, togliendo dal capo il cappellaccio con pennacchio, picchio col capo tre colpi sul tavolaccio!" e finiamola con quel "accio" accidenti, remore son del grandioso incipit di Cirano' de Bergerac.Mi vengono i tremori alle dita, la finisco qui perbacco!

    Edited by Longobardo 540 - 3/1/2019, 06:12
    4 anni fa
  • Raffaele Saba1 Fan
    Si...mi hai fatto rivivere una storia molto simile accaduta nell'adolescenza...
    Complimenti, mi associo ai precedenti commenti per la scenografia e l'incantevole scorrere del racconto.
    4 anni fa
  • AndreaEmiliani Nostromo
    Beh, devo dire...
    Plauso alla penna, gagliarda e tosta.
    Non posso dire mi abbia deluso, ma anche a me non ha trasmesso l'incanto che, oso dirlo, da tanta maestria di pennello, pretendo.
    Cerco di spiegarmi...
    Guardo questo... Diciamo landscape quasi alla Carrà, alla Rosai.
    Paesaggio pulito, elegante, vivo e palpitante di incrostazioni materiche ove la spatola talora si sostituisce al pennello del miniaturista, creando ondate di emozionalità cromatica.
    Perfettamente in tema, già così perfetto...
    Sarebbe bastato forse inserire forse un parroco burbero benefico, due o tre colpi di pennello caricaturale e via, ritorno alla vita di oggi... Capolavoro,
    Invece ecco una seconda tela che si sovrappone alla prima.
    Una diversa interpretazione pittorica, altro stile.
    Freddo, distaccato.
    Una... "Vita silente", come De Chirico amava definire le nature morte.
    Per carità, la penna è sempre perfetta, ma si fa pennello d'Accademia.
    Si perde, forse nel ricordo personale, e non dona più quella magia dei primi capoversi, in quanto i due dipinti sembrano poco sovrapponibili.
    È come, per seguire ip mio percorso metaforico, se noi volessimo sovrapporre appunto una tela di Morandi connm bottiglie e un paio di mele dai colori spenti e cupi alla allegria dolce e cordiale di un paesaggio di Fragiacomo,tanto per dire.
    L'episodio delle incestuose sorelline terribili, la malizia (molto ben resa, peraltro) della Rosalba, sarebbero state bene in un racconto a sé.
    Qui non hanno senso, a parere mio.
    Poco spiegate, fredde e messe lì come un ingrediente in più che guasta il sapore, o meglio spezza in due il gusto.
    Del resto il titolo indica un racconto bucolico, ove la vecchia casa diviene protagonista e nella pryma parte così è...
    A volte bisogna fermarsi, autore e qui mi ha reso pesante un piatto perfetto ed equilibrato... Sarà che, dopo l'operazione allo stomaco non mangio molto, ma questa pietanza e buona ma eccessiva.
    Io lo avrei preferito come detto, ma de gustibus...
    Complimenti comunque:penna meritevole di plauso!
    Andy
    4 anni fa
  • tallawah Member
    Racconto frutto di grande abilità narrativa, capace di offrire una lettura piacevole e gratificante. Pur presentando una trama che non si distingue per l'originalità, l'autore è in grado di tratteggiare paesaggi con maestria fotografica e ricreare atmosfere nelle quali nostalgia e rimpianto fanno la parte del leone, rendendo in maniera impeccabile il senso della rimembranza. Di grande effetto la chiusa. Complimenti per la prova.
    4 anni fa
  • lonelyone Member
    Un pezzo veramente pregevole di cui ho apprezzato molto le descrizioni, soprattutto dei luoghi. Ottima prova autore/autrice!
    4 anni fa
  • gemma vitali Fan
    Un autore super che non avrebbe bisogno di commenti, per quanto è bravo... e sì penso sia un uomo. Abilissimo nella descrizione del paesaggio agreste, dei colori, dei profumi del luogo, ci parla della sua esperienza di ragazzo, delle sue emozioni. Dal punto di vista femminile però mi ritrovo con una Rosalba di cui sappiamo poco , era innamorata? era la sua solo una sfrontatezza ingenua dovuta all'età? e lui neanche parla di innamoramento e allora è solo emozione per il primo contatto fisico con una ragazza? Nonostante i miei dubbi questo racconto è davvero molto intrigante e non posso che dirti Complimenti
    4 anni fa
  • FraCangino Utente cancellato
    Descrizioni bellissime di un ambiente contadino oggi quasi in via di estinzione; una narrazione che mi ha coinvolto, suscitando in me i ricordi di una vita di campagna che anch'io ho conosciuto, da bambino e da adolescente. Merita senz'altro di andare "in rosa".
    4 anni fa
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